Uno dei più affascinanti enigmi della biologia dell’invecchiamento arriva dalle acque gelide del Nord Atlantico. Un recente studio italiano ha acceso i riflettori sullo squalo della Groenlandia, un animale capace di vivere per oltre tre secoli nonostante un cuore segnato da evidenti danni legati all’età. Una scoperta che potrebbe avere implicazioni anche per la medicina umana.
Il vertebrato più longevo del pianeta
Il Somniosus microcephalus, noto come squalo della Groenlandia, detiene il primato di vertebrato più longevo conosciuto. Vive nelle acque fredde dell’Atlantico settentrionale e del Mar Glaciale Artico, ambienti estremi che richiedono adattamenti fisiologici unici.
Questa specie cresce lentissimamente, circa un centimetro all’anno, e può superare i cinque metri di lunghezza. Il più grande esemplare mai analizzato, lungo oltre cinque metri, è stato datato con il radiocarbonio a circa 392 anni, con un margine di errore significativo ma comunque indicativo di una longevità straordinaria.
A caratterizzare lo squalo della Groenlandia è anche un metabolismo estremamente basso, una strategia comune tra gli organismi che vivono in ambienti freddi. La sua velocità di nuoto è tra le più lente in assoluto: circa 0,3 metri al secondo, con una frequenza di battito della coda di appena nove movimenti al minuto. Un ritmo di vita rallentato che contribuisce alla sua eccezionale durata.
Uno studio italiano svela un paradosso
La ricerca, pubblicata sulla rivista Aging Cell e guidata dalla Scuola Normale Superiore di Pisa, con il contributo della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e dell’Università di Genova, ha analizzato il cuore di esemplari di circa 150 anni.
L’obiettivo era comprendere come un organo vitale possa funzionare per secoli. L’ipotesi iniziale era che il cuore di questi squali fosse protetto dai danni tipici dell’invecchiamento. I risultati, però, hanno raccontato una storia diversa.
Segni evidenti di invecchiamento
Le analisi istologiche hanno rivelato una presenza diffusa di fibrosi nel tessuto cardiaco, sia interstiziale sia perivascolare. Si tratta di un indicatore classico dell’invecchiamento nei vertebrati, incluso l’uomo, dove è spesso associato a patologie cardiache.
Inoltre, i ricercatori hanno individuato elevate quantità di lipofuscina, un pigmento che si accumula nelle cellule con l’età, e segni di stress ossidativo cronico, tra cui la presenza di 3-nitrotirosina. Anche i mitocondri, fondamentali per la produzione di energia cellulare, risultavano danneggiati.
Per rafforzare l’analisi, questi dati sono stati confrontati con quelli di altre specie: lo squalo lanterna (Etmopterus spinax), che vive in ambienti simili ma ha una vita più breve, e il killifish africano (Nothobranchius furzeri), noto per il suo rapido ciclo vitale. In entrambe le specie, tali segni di invecchiamento erano assenti o molto meno evidenti.
Il cuore resiliente: una nuova prospettiva sull’invecchiamento
Il dato più sorprendente emerso dallo studio è che, nonostante l’accumulo di danni cellulari, il cuore dello squalo della Groenlandia continua a funzionare in modo efficace.
Resilienza biologica
Questo fenomeno introduce un concetto chiave: la resilienza biologica. A differenza di quanto accade negli esseri umani, dove tali danni portano spesso a insufficienza cardiaca, questi squali sembrano in grado di tollerare condizioni che sarebbero normalmente incompatibili con la vita.
In altre parole, non evitano l’invecchiamento, ma convivono con esso.
Implicazioni per la medicina
Comprendere i meccanismi molecolari che permettono ai cardiomiociti di restare funzionali nonostante i danni potrebbe aprire nuove strade nella ricerca sull’invecchiamento umano. In un Paese come l’Italia, dove l’invecchiamento della popolazione è una delle principali sfide sanitarie ed economiche, queste scoperte assumono un valore ancora più rilevante.
Studiare come la fibrosi non comprometta la contrattilità del cuore o come le cellule sopravvivano con mitocondri danneggiati potrebbe contribuire allo sviluppo di nuove terapie per le malattie cardiovascolari.
Una lezione dalla natura
Il caso dello squalo della Groenlandia suggerisce che la longevità non dipende necessariamente dall’assenza di danni biologici, ma dalla capacità di gestirli. Un cambio di paradigma che potrebbe influenzare profondamente il modo in cui la scienza affronta l’invecchiamento.
In conclusione, questo straordinario animale dimostra che vivere a lungo non significa restare “perfetti”, ma essere in grado di adattarsi. Una lezione che, dalle profondità dell’Artico, potrebbe avere ricadute concrete sulla salute umana e sul futuro della medicina.

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