Ventuno volontari distesi in laboratorio, l’attività cerebrale monitorata attraverso 64 elettrodi e, in una stanza separata, un’immagine sconosciuta ai partecipanti. L’obiettivo dell’esperimento era verificare se, durante un’esperienza extracorporea, fosse possibile ottenere informazioni da un luogo fisicamente inaccessibile. Lo studio è stato realmente condotto, ma alcune conclusioni diventate virali non risultano finora dimostrate scientificamente.
L’esperimento sulle esperienze extracorporee
La ricerca è stata condotta da un gruppo collegato alla Division of Perceptual Studies della University of Virginia School of Medicine ed è guidata dalla neuroscienziata Marina Weiler, che in precedenza si è occupata anche di Alzheimer, stimolazione cerebrale e disturbi della coscienza.
Il protocollo ha coinvolto 21 volontari che dichiaravano di essere in grado di provocare volontariamente un’esperienza extracorporea, nota come OBE.
Durante le sessioni, l’attività cerebrale dei partecipanti veniva registrata attraverso un EEG portatile a 64 canali. In un’altra stanza, un programma informatico selezionava casualmente uno tra cento oggetti rappresentati su uno sfondo bianco, come una casa, un fiore, una matita, un paio di scarpe o un computer.
Neppure i ricercatori conoscevano preventivamente l’immagine scelta. Una telecamera controllava inoltre l’accesso alla stanza per impedire che qualcuno potesse vedere il bersaglio.
Ai volontari veniva chiesto di tentare di raggiungere l’immagine durante lo stato extracorporeo e, successivamente, di descrivere ciò che ritenevano di avere percepito.
La domanda al centro dello studio
L’esperimento cerca di affrontare una questione precisa: un’OBE rappresenta esclusivamente un’esperienza soggettiva generata dal cervello oppure può consentire di ottenere informazioni da un luogo nel quale il corpo della persona non è presente?
Sulla base delle informazioni disponibili, una risposta definitiva non è ancora emersa.
Che cosa ha riferito Marina Weiler
Nel descrivere il protocollo, Weiler non ha annunciato una dimostrazione dell’esistenza di una coscienza indipendente dal cervello. La neuroscienziata ha spiegato invece che l’analisi dei risultati era ancora nelle fasi iniziali e che non era possibile stabilire se i partecipanti avessero effettivamente riconosciuto le immagini.
Sei persone sulle 21 coinvolte avevano riferito alcune impressioni. In certi casi si trattava di colori e forme, mentre altri volontari avevano descritto un fiore oppure una scena associata alla spiaggia.
Queste testimonianze, tuttavia, non equivalgono automaticamente all’identificazione corretta del bersaglio. Per dimostrare una corrispondenza significativa servono criteri definiti preventivamente, valutatori indipendenti, confronti statistici con immagini alternative e dati completi disponibili per l’esame scientifico.
Le affermazioni diventate virali
Nelle ricostruzioni circolate online sono comparsi ulteriori elementi, tra cui una presunta analisi effettuata attraverso sistemi di intelligenza artificiale, il fallimento di tutti i volontari nell’individuare il bersaglio e due descrizioni particolarmente accurate delle attività svolte dai ricercatori in un’altra stanza.
Questi dettagli non risultano nella descrizione pubblica del protocollo né sono stati finora documentati attraverso uno studio scientifico sottoposto a revisione tra pari.
Ciò non permette di concludere automaticamente che gli episodi non siano mai avvenuti. Significa, però, che non possono essere considerati risultati scientificamente verificati.
Un’esperienza reale non dimostra che la coscienza lasci il corpo
Un punto essenziale riguarda il significato attribuito alla parola “reale”. Un’esperienza extracorporea può essere reale dal punto di vista soggettivo: la persona può percepire in modo estremamente vivido di trovarsi fuori dal proprio corpo.
Questo, però, non dimostra che la coscienza si sia effettivamente separata dal cervello.
Le esperienze extracorporee possono verificarsi spontaneamente durante il sonno, dopo un trauma, nel corso di alcune crisi epilettiche, durante l’anestesia o in condizioni fisiche estreme. Fenomeni simili possono inoltre essere favoriti attraverso specifiche manipolazioni sensoriali.
Il ruolo della giunzione temporo-parietale
Per le neuroscienze, una delle aree più interessanti è la giunzione temporo-parietale, coinvolta nell’integrazione delle informazioni provenienti dalla vista, dal tatto, dall’equilibrio e dalla percezione della posizione del corpo nello spazio.
Quando questi segnali entrano in conflitto, la rappresentazione cerebrale del “sé” può essere percepita in una posizione diversa rispetto al corpo fisico.
Esperimenti basati su realtà virtuale, telecamere e stimolazioni tattili sincronizzate hanno mostrato che è possibile modificare la sensazione di appartenere a un determinato corpo o di trovarsi in uno specifico punto dello spazio. Questi risultati mostrano quanto sia dinamica la costruzione neurologica della percezione corporea.
Il bersaglio nascosto resta la verifica fondamentale
Per dimostrare una forma di percezione indipendente dai normali sensi, una descrizione suggestiva non è sufficiente. Il partecipante dovrebbe identificare correttamente un’informazione scelta casualmente e non accessibile attraverso vista, udito, conoscenze precedenti o segnali involontari.
Il risultato dovrebbe inoltre superare ciò che può essere spiegato dal caso ed essere replicato da gruppi di ricerca indipendenti.
Lo stesso principio vale per eventuali descrizioni corrette dei ricercatori presenti in un’altra stanza. Sarebbe necessario conoscere il numero delle configurazioni possibili, gli errori contenuti nei racconti, il momento in cui le dichiarazioni sono state registrate e il numero complessivo dei tentativi.
Senza controlli di questo tipo aumenta il rischio di concentrarsi sulle coincidenze più sorprendenti, ignorando descrizioni generiche, errori e tentativi falliti.
I precedenti negli studi sull’arresto cardiaco
Esperimenti con bersagli visivi nascosti sono stati condotti anche in ambito ospedaliero, soprattutto nelle ricerche sulla coscienza durante l’arresto cardiaco.
In alcuni studi sono state utilizzate immagini visibili soltanto da una posizione elevata, con l’obiettivo di verificare se i pazienti rianimati che riferivano di essersi osservati dall’alto fossero in grado di identificarle.
Queste ricerche hanno raccolto testimonianze rilevanti sulle percezioni e sui ricordi associati alla rianimazione, ma non hanno fornito una prova ripetibile della capacità di riconoscere bersagli nascosti.
Una questione scientifica ancora aperta
Le esperienze extracorporee rappresentano un fenomeno significativo sul piano soggettivo e possono influenzare profondamente la percezione del corpo, della coscienza e della morte. Studiarne i meccanismi può quindi contribuire a comprendere meglio come il cervello costruisca il senso di sé.
L’esperimento collegato all’Università della Virginia è interessante perché tenta di trasformare un’esperienza personale in un fenomeno sottoponibile a verifica sperimentale. Al momento, però, manca ancora l’elemento decisivo: una pubblicazione completa in grado di dimostrare che i partecipanti abbiano ottenuto informazioni realmente inaccessibili attraverso i normali sensi.
La questione resta dunque aperta, mentre la prova scientifica del fenomeno non è ancora disponibile.

Matteo Bianchi è autore per Barsport.net e si occupa di seguire notizie e temi di attualità in diversi settori, tra cui politica, economia, tecnologia, sport, intrattenimento e lifestyle. Il suo approccio si basa su una comunicazione chiara, accurata e orientata ai lettori, con l’obiettivo di offrire informazioni utili e facilmente comprensibili. Attraverso articoli aggiornati e contenuti affidabili, racconta fatti, sviluppi e storie che hanno un impatto concreto sulla vita quotidiana e sugli interessi del pubblico.
