stazioni sciistiche in rivolta e “sull’orlo del fallimento” dopo il nuovo rinvio dell’apertura degli impianti di risalita

“Per chi suona la campana”! In questo lunedì 15 febbraio suonano le campane della Chiesa di Sant’Ippolito de Bardonecchia. Ai loro piedi, sulla piazza, una folla di maestri di sci, eletti, ristoratori, impiegati delle stazioni sciistiche, professionisti del turismo. Facce chiuse. Il sipario degli esercizi commerciali si è abbassato in tutto il centro cittadino.

“Questa giornata avrebbe dovuto segnare l’inizio della stagione sciistica”, aveva dichiarato poco prima della campana a morto, Francesco Avato, sindaco di Bardonecchia. “È al contrario quella dell’amarezza che tutti proviamo verso un metodo e tempi di gestione dell’emergenza sanitaria inaccettabili”.

Colto alla sprovvista dalla cancellazione

Sotto gli occhi del sindaco, come tutti coloro che sono venuti a protestare, l’ordinanza firmata da Roberto Speranza, ministro della Salute dell’ex governo italiano, come nuova da altre parti, presieduta dalla scorsa settimana da Mario Draghi. Annunciata in modo disastroso, nemmeno 24 ore prima, la decisione di annullare l’autorizzazione all’apertura degli impianti di risalita il 15 febbraio ha colto di sorpresa tutti i protagonisti del sistema innevato italiano.



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Cirio, presidente del Piemonte, chiede 42 milioni per le sue emittenti

“Una mancanza di rispetto per il mondo della montagna”

“È una marcata mancanza di rispetto: umana e istituzionale!” tuonò, alla notizia, Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte. Lo stesso ministro aveva firmato il 14 gennaio per l’apertura degli impianti di risalita il 15 febbraio. Era stato ancora lui ad aver confermato questa data dopo aver consultato il Comitato Tecnico Scientifico del 4 febbraio. Ed eccolo, solo 12 ore prima dell’apertura ci dice stop! Questa decisione è inammissibile. Per questo chiedo al nuovo governo di sbloccare immediatamente 42 milioni di euro per risarcire le nostre stazioni sciistiche “.

“Dopo aver annunciato come data di apertura delle stazioni, il 3 dicembre, poi il 7 gennaio, poi il 18 gennaio, poi il 15 febbraio, ora stiamo parlando del 5 marzo! Ma ci prendono in giro”, esplode Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione nazionale degli skilift (ANEF). “Ora la nostra stagione è finita! Con tutti i soldi che ci hanno fatto investire in queste false partenze, se il risarcimento non arriva, il nostro intero settore va in bancarotta”.

“Una decisione che uccide il nostro entusiasmo”

Quello stesso lunedì 15 febbraio, sull’area della piccola località di Bielmonte, regna il silenzio, che pesa sui 20 chilometri di piste. Tutto era pronto per quello che finalmente pensavamo sarebbe stato l’inizio della stagione. Ci abbiamo creduto così tanto questa volta, che non abbiamo esitato un attimo a spendere soldi: nella preparazione delle piste, l’accesso alle casse per rispettare la regola di distanziamento, l’ascesa del sito internet della stazione da in grado di soddisfare gli acquisti di confezioni vendute esclusivamente “on line” … Las. 12 ore prima dell’apertura, la scure è caduta di nuovo sulla piccola stazione.

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“Da dicembre, siamo stati costretti a spendere un sacco di soldi per adattare le nostre stazioni alle esigenze sanitarie”, si lamenta Giampiero Orleoni, il direttore della stazione. “Chi ci pagherà tutto questo? … Ecco, quello che ci è stato appena dato è il colpo di grazia. Non solo i nostri impianti di risalita. Ma tutto ciò che dà vita alla montagna!”

A cominciare dalla mancanza dei 500 pacchetti che la stazione aveva già prevenduto per la sola giornata di lunedì.

“Al di là delle perdite finanziarie, questa decisione del nuovo governo ha ucciso l’entusiasmo che avevamo per aprire finalmente la stagione”, commenta Paolo Colombo, presidente dello sci club. “Questa decisione malvagia mette in ginocchio la montagna. Le conseguenze si vedranno presto negli anni a venire, vedrai!”, conclude disilluso.

“Processo decisionale dell’ultimo minuto: prova definitiva di un sistema in bancarotta”

“Fallimento”. Da un capo all’altro dell’arco alpino italiano, la parola è sulla bocca di tutti. In tutte le menti.

Dal presidente della Regione Lombardia al Veneto, tutti criticano la mancanza di serietà, disprezzo e mancanza di coraggio della classe politica romana per il mondo montano.

“Lo sapevamo già, la scorsa settimana”, spiega Massimiliano Fedriga, governatore della regione Friuli, “che la situazione pandemica stava peggiorando”. “Sapevamo molto bene che la famosa variante inglese era in aumento nel Paese. Allora perché non avvertire per tempo i professionisti della montagna? Avremmo almeno permesso loro di limitare le spese legate all’apertura del 15 febbraio, perché lì, si aggiungeranno alle passività accumulate dallo scorso dicembre “.

Mancanza di consultazione con le regioni

Erik Lavevaz, il presidente della Regione Valle d’Aosta si spinge ancora oltre puntando direttamente sulla responsabilità dei comportamenti “approssimativo” e “inopportuno” governo centrale che non fanno che aggravare le conseguenze negative per il tessuto economico e sociale della piccola regione francofona. Per non parlare dell’inefficacia degli arbitrati accertati durante i convegni Stato-Regioni, resi sistematicamente obsoleti dalle decisioni governative dell’ultimo minuto. “Ancora una volta questa decisione punisce la mancanza di leale collaborazione tra Stato e regioni italiane”, commenta Luciano Caveri, uno dei vicepresidenti della regione.

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E ancora. Dovremo continuare a dialogare con Roma per definire gli importi degli aiuti che la piccola valle dovrebbe ricevere. Proprietari delle sue stazioni sciistiche, spetterà al bilancio regionale sostenere il suo intero impianto di innevamento … probabilmente senza alcun introito finanziario ritirato dalla sua stagione invernale.

“Quindi la stagione invernale è finita prima di iniziare”, si dimette Marco Bussone, presidente dell’Associazione Comuni di Montagna (UNCEM). “La maggior parte dei proprietari di aree sciistiche che ho consultato mi hanno confermato che non apriranno il 5 marzo”.

Per ora ho ricevuto solo 600 euro di disoccupazione parziale … per marzo 2020

Matt, maestro di sci

Rientro in piazza della chiesa di Bardonecchia, lunedì scorso. La manifestazione sta per sciogliersi. Rimane il sapore dell’amarezza in tutte le gole.

“Non riesco nemmeno a trovare le parole per dire come mi sento”, confida un noleggio sci. “Ti rendi conto che domenica scorsa, alle 17, il mio negozio era pieno di clienti che sono venuti a noleggiare gli sci per questa settimana. Due ore dopo, il segnale di stop è arrivato dal governo. Non ti devo lasciare perché ho la coda davanti al mio negozio, con decine di persone, scontrino in mano che devo rimborsare! “

“Sì, beh, spero che arrivino gli aiuti di Stato”, Matt, un maestro di sci, ribatte. “Finora ho ricevuto solo 600 euro dalla” cassa integrazione “… E ancora: non nell’ultimo mese. Per l’attività persa durante il primo parto … 1 anno fa!”

Aperto per poche ore …

Tante prove, se ce ne sono, che in Italia manca la fiducia nello Stato centrale. Alcuni comprensori sciistici, più intelligenti o forse meno fiduciosi, avevano quindi anticipato il colpo.

Così, lunedì mattina, mentre a Bardonecchia, sipari di cassette skipass e negozi ribassati, la gente si preparava a manifestare, la tenuta di Piana di Vigezzo, nella valle dell’Ossola piemontese, si è aperta, come se nulla fosse.

Sostenendo che la notizia dell’autostop fosse caduta il giorno prima sotto forma di comunicato stampa e non di ordinanza o decreto ministeriale, i funzionari della stazione hanno fatto orecchie da mercante fino a mezzogiorno. Nel momento in cui cade il decreto ufficiale e le forze dell’ordine, allertate dalle foto di sciatori esilaranti, intervengono, diverse decine di fortunati ragazzi hanno potuto godersi una bella mattinata di sole … di una macchina amministrativa, a patto di allestire come un il ministro si affretta a cambiare strategia … per un “sì” o per un “no”!

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