In Italia i magistrati sono tentati dalla politica

In Italia, i magistrati che entrano in politica sono un sintomo rivelatore della promiscuità che regna tra i vari poteri dello Stato. Ultimo esempio: l’ex capo della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho, ha accettato la candidatura del Movimento 5 stelle alle elezioni legislative, sei mesi dopo aver lasciato l’incarico.

Il dipartimento da lui diretto è uno dei più prestigiosi della magistratura transalpina. Coloro che hanno ricoperto questi incarichi non hanno avuto, e fortunatamente, l’esposizione mediatica dell’ex capo della Procura di Parigi, François Molins, perché l’Italia non è stata colpita da grandi attentati terroristici in questi vent’anni, ma restano relativamente noti nell’opinione pubblica.

La scelta di De Raho, che vestirà i colori del Movimento 5 Stelle in due circoscrizioni (in Calabria ed Emilia-Romagna), si inserisce in una strana continuità. I suoi due predecessori, infatti, hanno fatto scelte simili. Piero Grasso è stato eletto al Senato con i colori del Partito Democratico, rassegnando le dimissioni dalla carica per candidarsi nel 2013; Franco Roberti ha aspettato due anni, lasciando la panchina nel 2017 prima di candidarsi al Parlamento Europeo, sempre con il Pd, nel 2019.

Mix di generi. «Un’anomalia», secondo Lorenzo Castellani, storico della Luiss di Roma, che trae conclusioni più ampie sul potere in Italia: «La cultura italiana è abituata a quella che io chiamo ‘osmosi d’élite’, la magistratura è un buon esempio della commistione di generi tra i diversi poteri dello Stato. Questi impegni segnalano anche la debolezza della politica: potrebbe limitare questo fenomeno, introducendo un periodo di incompatibilità obbligatorio, sul modello anglosassone. Lei no.”

In Italia, infatti, non c’è una legge che limiti tali decisioni, il “pantouflage” lì è assolutamente legale. Questo vale per i magistrati, ma anche per ministri o parlamentari che possono andare a lavorare nel settore privato subito dopo la fine del loro mandato. Alcuni, anche durante il mandato: il senatore Matteo Renzi conduce da anni un’attività congressuale molto redditizia, spesso pagata da potenze straniere, come l’Arabia Saudita.

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Nella sua azione, la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo (come ogni procuratore in Italia) può contare su una certa autonomia, non essendo soggetta all’autorità del Custode dei Sigilli, come in Francia; è indipendente e resta l’unico titolare dell’azione penale, che deve essere esercitata.

Ma la politica ha voce in capitolo nella designazione dei capi delle varie procure, nominati dal Consiglio superiore della magistratura (composto per un terzo da membri eletti dal Parlamento), sentito il ministro della Giustizia. Di recente un grande scandalo ha colpito il Consiglio superiore della magistratura, gli inquirenti hanno scoperto una trattativa diretta tra magistrati e politici per decidere le posizioni dirigenziali degli uffici giudiziari e per cambiare i pubblici ministeri più indipendenti.

Inoltre, le posizioni più alte nei ministeri sono spesso occupate da magistrati “a disponibilità”: al 30 aprile 2021 il Consiglio superiore della magistratura elencava 161 magistrati nell’alta amministrazione, di cui un centinaio nel ministero della Giustizia. Molti chiedono riforme per rendere meno facili questi avanti e indietro, in politica come nell’alta amministrazione, ma per il momento le regole sono molto permissive.

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