Il regista indonesiano Edwin riceve il Pardo d’Oro a Locarno – rts.ch

Le retrospettive non sono mai migliori di quando onorano i cosiddetti giovani registi. L’etichetta viene spesso attribuita a chi fa film senza preoccuparsi del lavoro. Perché i “piccoli signori” sono spesso i più consapevoli del proprio tempo, umili e del gusto del pubblico.

Alberto Latuada è uno di questi. Inoltre, lo dice lui stesso:

Ho sempre avuto una riluttanza a dedicarmi al mio tempo “vittorioso”. Divento persino vago nel voler essere compreso solo con un certo ritardo, e quindi cercando di anticipare certi argomenti e in certi modi.

Alberto Latuada, cinema italiano.

Che non fosse la statura di Rossellini, l’universo unico di Fellini, l’ambizione di Visconti o l’eleganza contemplativa di Antonioni, Lattuada ha attraversato quasi 50 anni di storia del cinema italiano, avvicinandosi a tutti i generi, con vivacità e acutezza. Il direttore del Festival di Locarno lo paragona a un Chabrol italiano. Lattuada è anche noto per essere un ottimo manager per attori e soprattutto attrici.

Catherine Plumber in Les Adolescentes, 1960 [Titanus – Laetitia – Marceau Coc / Collection ChristopheL via AFP – Collection ChristopheL via AFP]

Dopo la sua partecipazione al movimento neorealista, firma alcune commedie italiane di riferimento, ispirate a testi letterari, mutuati in particolare dalla letteratura russa, che si diramano verso il melodramma, e avventure verso il pamphlet antimilitare.

Ma l’italiano è noto anche per la sua propensione a glorificare la bellezza delle giovani donne liberate che avrebbero fatto scandalo (“Guendalina”, 1957; “Les Adolescentes”, 1960; “L’Imprévu”, 1961; La Bambina, 1974). Un decennio dopo, il suo gusto per la lolita non è sfuggito a qualche voyeurismo (“La ragazza”, 1978; “La Cigala”, 1980; “Spina nel cuore”, 1986).

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Ugo Tognazzi dans "Vieni a prendere un caffè con noi" (1970), di Alberto Latuada. [MARS FILM / PHOTO12 VIA AFP - MARS FILM / PHOTO12 VIA AFP]Ugo Tognazzi in “Vieni a prendere un caffè con noi” (1970) di Alberto Latuada. [MARS FILM / PHOTO12 VIA AFP – MARS FILM / PHOTO12 VIA AFP]

Tanto da provocare un dibattito sul famoso “sguardo maschile”, il modo in cui la cultura audiovisiva tende a vedere le donne dal punto di vista degli uomini, spesso come oggetti del desiderio e del piacere. Sono a Latwada ma hanno un caratteraccio, un vero desiderio di liberazione e la capacità di prendere in mano il proprio destino.

>> Guarda il trailer di “Gwendalina”:

https://www.youtube.com/watch?v=/DPnbYbSxRRc

Eclettico e sempre fresco, Lattuada ha cambiato attori e scrittori in quasi tutti i suoi film. La sua filmografia è però coerente attorno ad alcuni temi ricorrenti: la solitudine in cui annegano molti personaggi, il mistero della giovinezza, la critica alla borghesia ben pensante, la condanna dell’ipocrisia cattolica, in modo amaro. .

C’è un segreto a Lattuada. Racconta in ogni modo possibile il lamento amaro e comico della solitudine. È il re del minimalismo invisibile, è sempre sotto, mai oltre.

Pierre Caste, regista, parla di Latwada.

Negli anni ’80 Alberto Latwada si dedicò principalmente alla televisione, realizzando nel 1985 un grande murale, “Cristoforo Colombo”, con Gabriel Byrne nel ruolo del protagonista e nel 1988 una miniserie intitolata “Fratelli”.

Locarno presenta 41 opere per il regista, di piccolo e grande formato, comprese le produzioni televisive. Una parte di questa retrospettiva viaggerà dal 25 agosto al 14 settembre alla Cinémathèque de Lausanne.

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