Centenario. A Livorno, nascita del Partito Comunista Italiano

I luoghi si prestavano alla commedia. Quando, il 15 gennaio 1921, si aprì al Teatro Goldoni il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano (PSI), la tensione era al culmine. La questione non è, come a Tours, quella dell’appartenenza all’Internazionale comunista. Il PSI vi aveva aderito già un anno prima. La posta in gioco è l’esclusione dei riformisti, su richiesta dell’Internazionale, rappresentata dal bulgaro Christo Kabatchev. Quindi, quando quest’ultimo parla, alcuni delegati lanciano piccioni nel teatro. “Era più un circo o un gioco che un congresso socialista”, sintetizzerà lo svizzero Jules Humbert-Droz, altro delegato dell’Internazionale.

In realtà, la questione è seria. Alla fine della guerra del 1918, l’Italia era incruenta. Nel 1919 e 1920 la Penisola vide quello che sarebbe stato chiamato il “biennio rosso”, i due anni rossi: i contadini si impadronirono della terra. A Torino i lavoratori occupano le loro fabbriche. Per mancanza di coordinazione, i movimenti vengono repressi. Dal 1917, nel movimento operaio italiano, fiorisce lo slogan “Fai come in Russia”, coronato dal successo della Rivoluzione d’Ottobre. Questo è precisamente ciò che la dirigenza riformista del Psi non sa fare, improntata all’idea meccanicistica che la crisi del capitalismo porterà naturalmente alla rivoluzione, senza che ci sia bisogno di provocarla come hanno avuto l’audacia di fare i bolscevichi russi . . Inoltre, il malcontento esiste in parte della base, convinta che sia stata persa l’occasione per una presa di potere. Il leader della gioventù socialista, Secondino Tranquilli, lo mette in questi termini: “L’anno scorso, la gioventù russa, per commemorare Karl Liebknecht (assassinato il 15 gennaio 1919 – Nota dell’editore), a Mosca, davanti al Cremlino, ha bruciato il fantoccio (del cancelliere) Scheidemann; quest’anno chiedono ai rappresentanti i giovani socialisti italiani Il comunismo tende a bruciare il fantoccio dell’unità. “

Partecipazione alla Guerra Civile Spagnola e alla Resistenza

Ciò avverrà il 21 gennaio 1921. Quel giorno, la mozione massimalista ricevette 98.028 voti, quella gradualista 14.695 e quella comunista 58.793. I massimalisti, che volevano l’appartenenza alla Terza Internazionale, rifiutarono, tuttavia, di aderire. gradualisti separati da Filippo Turati.

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“La frazione comunista dichiara che la maggioranza del congresso, con il suo voto, si colloca fuori dal III e Comunist International “, Viene quindi avviato Amadeo Bordiga. I delegati comunisti lasciano il Teatro Goldoni cantando l’Internazionale e partì per fondare al Teatro San Marco il Partito Comunista Italiano (PCdI).

In realtà, il PCdI deve ancora essere costruito ed è diviso. La sua figura principale è Bordiga, un astensionista, per il quale la partecipazione alle elezioni è fermento di riformismo. Il gruppo, che fa riferimento al bisettimanale Nuovo ordine e il suo pensatore Antonio Gramsci (1), allora era solo una minoranza, ma attirò l’attenzione di Lenin. Quest’ultimo propose un partito volontarista, il necessario intervento delle masse e sviluppò un progetto, secondo il quale, nelle condizioni dell’Italia, i Soviet russi portati a sostituire la Repubblica borghese sarebbero stati i consigli di fabbrica sorti intorno a Torino, nel 1920 Condividono con i socialisti la strategia difesa dall’Internazionale di un Fronte Unito, in particolare per combattere il fascismo, quando il segretario generale Bordiga ritiene ancora, nel marzo 1922, che non vi sia rischio di dittatura e che non sia necessario scegliere tra due campi della borghesia.

Nel 1923-1924, i bordighisti, che rifiutarono di entrare in contatto con i socialisti come richiesto dal Comintern in nome del Fronte unito, lasciarono la guida del PCdI, rilevata dagli “ordinovisti”. La marcia su Roma dell’ottobre 1922 e l’insediamento di una dittatura fascista passarono attraverso questo, reso possibile dalle divisioni del movimento operaio, ma anche delle forze cattoliche e liberali. Non più del progetto Bordiga, il progetto “ordinovist”, redatto a contatto con i lavoratori torinesi, non poteva essere realizzato. Ma al ritmo degli arresti e della lotta politica, attorno a Gramsci – morto nel 1937, dopo undici anni di reclusione – si formò un nucleo di dirigenti, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Luigi Longo, che elaborò una nuova politica, comprese le contorni si affermarono nel 1926, durante il Congresso (in esilio) a Lione. Analizza il fascismo come movimento reazionario della piccola borghesia urbana e della borghesia agraria, intende collaborare con altre forze antifasciste e prende sul serio la necessità di un’alleanza tra i lavoratori del Nord e i contadini del Mezzogiorno. Fu questo piccolo gruppo, coronato dalla partecipazione alla Guerra Civile Spagnola e alla Resistenza, che, sotto la guida di Palmiro Togliatti, fondò il “nuovo partito”, il più potente Partito Comunista d’Occidente, dopo aver lasciato la Seconda Guerra Mondiale.

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