Campioni di ogni tempo

Pelè bianco, Profeta del gol e papà del Barcellona di oggi

13 Gennaio 2019

Messi, Maradona, Pelè, George Best, Eusebio, Rivera, Di Stefano, Ronaldo, Cr7. Ma anche Platini, Zico, Falcao. E, soprattutto, Johan Cruyff.

Soprattutto perché nessuno come il campione olandese ha rivoluzionato e innovato per esempio e modernità il mondo del calcio. Si è spento a 68 anni, a causa di un tumore al polmone diagnosticato lo scorso ottobre, per le tante sigarette a cui troppo tardi è riuscito a dire di no. Già nel corso degli Anni 90 aveva subito ripetuti infarti e delicate operazioni al cuore per impiantare una serie di by-pass che l'hanno, di fatto, tolto dalla panchina e dalla carriera di allenatore a cui si era dedicato una volta appesi gli scarpini, con estremo profitto.

Un tuffo al cuore, sia permessa la crudele metafora, per tutti gli amanti del calcio.



Il pallone vive di due epoche: quella prima di Cruyff e quella del dopo Cruyff, quest'ultima in un tempo solo madre, amante, figlia e nipote di quel calcio totale, inventato dalla sua Olanda ed "esportato" in ogni dove, da lui stesso direttamente (in primis in tutto il "Pianeta Barca") e dai seguaci del Pelè Bianco, anche a livello di allenatori, a cominciare da Sacchi e Zeman, ma anche Guardiola per dirne un altro, che da quel modo, da quella filosofia e nuova mentalità si sono ispirati più o meno dichiaratamente.

Non solo uno dei migliori giocatori della storia del calcio, ma interprete emblematico del calcio totale con cui l'Ajax e l'Olanda di Rinus Michels rivoluzionarono la storia di questo sport. "Profeta del gol" come lo chiamò Sandro Ciotti nel film-documentario sulla sua vita sportiva, oppure "Pelé bianco" come lo ribattezzò Gianni Brera. Fu scartato alla visita militare, ironia della sorte, per i piedi piatti e per una caviglia in disordine.



Squadre composte da un portiere e 10 liberi, ma anche 10 attaccanti e 10 registi, ognuno con una parte decisiva nella riuscita del film e dello spettacolo, del gioco e del risultato. Prima di Cruyff e di quella nazionale arancione che aveva fatto impazzire il mondo ai mondiali del 1974 ciascun calciatore aveva un ruolo e un numero, da 1 a 11, sulla maglia, dopo Cruyff - che non a caso aveva il 14, non inteso come riserva - nulla è più stato come prima.

Nella stessa azione te lo potevi trovare davanti alla difesa, sulla fascia a cavalcare avanti e indietro, a dettare il passaggio in profondità, a staccare di testa in area e/o segnare il gol decisivo. Sembrava, in campo, non ci fosse un Cruyff solo ma quattro o cinque. E nessuno ha inciso quanto Cruyff anche fuori dal campo. Il campionissimo al servizio della squadra e la squadra progettata per quel tipo di gioco, dove le individualità erano decisive ma sempre e comunque al servizio del collettivo.



Non vinse mai un mondiale, perchè in quegli anni (nel '74 e nel '78) la Nazionale Arancione si fermò per ben due volte in finale contro la squadra di casa. Ma insieme a Michel Platini e Marco Van Basten, è il calciatore che ha vinto più Palloni d'Oro (da non confondere con il moderno Pallone d'oro FIFA) per la precisione tre: nel 1971, nel 1973 e nel 1974. In quegli anni vinse anche tre Coppe dei Campioni con l'Ayax, prima di trasferirsi in Catalogna, dove troverà fortuna anche come tecnico. È infatti uno dei sei allenatori ad aver vinto la Coppa dei Campioni dopo averla vinta da giocatore.

Soprattutto, fu lui a dare l'imprinting negli Anni 90 al moderno gioco totale degli azul-grana. Il gioco totale olandese divenuto tiki-taka con i fenomeni di Guardiola prima e Luis Enrique poi. Il Barcellona di oggi, di ieri e di ieri l'altro, ma ancor più quello di domani, è figlio del metodo Cruyff, cui i catalani avevano affidati progetti e strutture, vivaio e "cantera", come tecnico e come dirigente. Addio Profeta. Oltre ogni ruolo, ogni schema, ogni costrizione. Oltre la vita e la morte. E grazie...

Per chi non avesse avuto la fortuna di vederlo giocare, ecco chi era Johan Cruyff.

 

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