A briglia sciolta

IL MUSEO DEL TROTTO E L'ARTE VIVA DI UNA PASSIONE

19 Maggio 2015

Scrivere del Museo del Trotto, raccontarlo per intero è impresa al limite dell'impossibile, ma, ci proviamo.

Il profumo della storia dà una sensazione unica, fino alla conoscenza, all'origine, di moltissimi pionieri che con tanti sacrifici, incredibile passione e grandiosi sforzi economici hanno portato lo Sport dei Re ai massimi livelli.

Partiamo dalla fine: dalla frase finale della prefazione della Cronistoria del Trotto dell'indimenticabile Capitano Mori:“La Cronistoria è dedicata affettuosamente a tutti gli allevatori che, pur tra tante difficoltà e tante delusioni, non cessano di sognare la creazione di un campione".

Questo è il mix tra storia e cultura che è possibile vivere al Museo; la storia del cavallo sportivo che parte dagli Ittiti, antico popolo guerriero dell’Asia centrale, che aveva un proprio manuale di preparazione, scritto dallo schiavo Kikkulis, con le regole per allevare i cavalli e, appunto, prepararli alla corsa.

Erodoto che riferisce come furono i Berberi a insegnare ai Greci come attaccare le quadrighe, le corse delle bighe etrusche come affreschi tombali, la schiva Inghilterra che si affacciò sì al trotto, ma per snobismo, nascose a se stessa un decreto di Enrico VIII (secolo XVI) che faceva obbligo ai nobili di tenere un certo numero di stalloni trottatori (per l'esattezza i duchi e gli arcivescovi dovevano averne 7 mentre i baronetti 3).

In quei tempi la razza più in voga era quella degli Hard–Draver Olandesi, incrociati con arabi o derivati nella zona di Norfolk; il trotto richiesto in queste gare era quello della resistenza.

D’altra parte i cavalli inglesi con attitudine al trotto sono paradossalmente alla base delle corse moderne, anche se il trotto, in Inghilterra è bandito come una bestemmia in chiesa (ed è paggio per loro). La trasmigrazione in America di tante trottatrici Norfolk, fin dal tempo dei Pellegrini della Mayflower (cosi com’era precedentemente avvenuto con i cavalli Olandesi Hard –Draver) e soprattutto l’esportazione in quelle terre di purosangue, trasmettitori inconsci dei geni del trotto, portò alla creazione del Trottatore Americano, con lo stallone Messenger a fare da apripista negli States e con Yankee (cavallo di oscura origine) che trottò il miglio in 2,59 sulla pista di Harlem (New York).

Tanto sono ricche le letterature ippico-sportive di Francia e Inghilterra, tanto è povera quella Italiana; una delle poche icone fondamentali è “Il Trottatore” di Luigi Gianoli, poi ci sono “Nel mondo del Trotto “ di Enrico Canti, mentre per il galoppo è stata pubblicata una cronistoria esauriente dal Marchese Calabrini che, in due ottimi volumi, elenca e illustra le corse dei purosangue in Italia dalle origini al 1884 anno di pubblicazione del primo annuario statistico da parte del Jockey Club, l'ente tecnico dell'epoca e fino a pochi anni orsono.

Il galoppo è appunto più snob, forse più elitario, ma le corse al trotto, sin dal loro sorgere, hanno avuto enorme presa popolare per larga diffusione e per coralità, varietà della partecipazione, tanto da essere costume popolare e diventare risvolto civile (non necessariamente pagano) delle feste religiose. Processioni della reliquia del Santo e corse dei cavalli erano infatti gli episodi culminanti della festa cittadina.

Le corse al trotto, in Italia, nascono a Padova, in Prato della Valle, nel 1808, con il sediolo (cosi era chiamato il sulky) costruito dai fratelli Colli di Cologno Veneto che prenderà il nome di Padovanella. Nel 1837 le corse compaiono anche a Napoli, presso il Real sito del Cardillo, ma si trattava di trotto montato, in una riunione di galoppatori in onore del Re Borbone. Pian piano, nel 1860, quando l’Italia era in gran parte già unita, le corse, si diffusero in tutto il territorio e lo Stato cominciò a prendersi cura della produzione equina; lo faceva tramite i "Depositi Stalloni", corrispondenti Italiani di minor impegno degli Haras Francesi, alle dipendenze del ministero della Guerra, poi di quello dell’Agricoltura (anche oggi l'ippica dipende dalle Politiche Agricole), dove il trottatore ebbe comunque sempre un ruolo minore, basti pensare che Re Umberto offrì 24mila lire ma per il Derby di galoppo da corrersi nel 1884.

La svolta per il trotto avvenne nel 1875, anno in cui venne convocato, a Vienna, il "Congresso Nazionale del Trotto" al quale per l'Italia parteciparono il Capitano Ballarini e il Capitano Nobili, i quali poterono rendersi conto di quanto stava avvenendo nel mondo trottistico europeo e mondiale poiché a Vienna parteciparono anche personaggi venuti da Oltre Oceano. Proprio in quell’occasione vennero indette corse internazionali dove i nostri cavalli si comportarono in maniera splendida con un meraviglioso secondo posto di Vandalo che percorse i 4534 metri in 7 minuti esatti, mentre Trovatore e Rigoletto giunsero addirittura primi. 

Il Museo del trotto è questo, un concentrato di storie, di realtà che ti entrano dentro come le favole, una grotta di tesori, cimeli del passato capaci di aprire le menti al futuro; delle passioni ippiche di tutti i giorni e di una cultura che il mondo delle corse e della politica scostante e distante hanno purtroppo perso. Ma niente e nessuno può fare a meno della propria Pietra Filosofale e nulla sopravvive senza conoscere la propria storia. Ripartire dal 1875 e da Vandalo per arrivare a Varenne (che nel 2013 è stato ospite all'ippodromo e del Museo, in occasione della grande festa per la Corsa delle Stelle e il ricordo di Giacomo Bruno) e da qui ripartire è un obbligo che il Museo del Trotto può aiutarci a comprendere e mettere in pratica.

Ecco perché sarebbe giusto, doveroso e necessario aiutare e salvaguardare tanta ricchezza ed ecco perché ogni appassionato di cavalli e del mondo delle corse che si rispetti deve far visita al Museo del Trotto della Fondazione Mori e al meraviglioso ippodromo di Civitanova, dove dai bordi e dalle sponde della pista in collina, vedi e respiri da un lato il mare e dall'altro i monti e dove lo sport dei cavalli è ancora festa ed incontro d'anime, divertimento, passione, madre terra, campagna e, appunto, perfino, sport... 

MASSIMO PIERINI 

 

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